LA CLESSIDRA

 

Mio padre spese una fortuna per farmi crescere saggio.

Non pensate che comprasse enciclopedie o mi iscrivesse ad istituti privati di grande prestigio. Costruì invece una enorme clessidra e ne riempì di sabbia il vaso superiore, calcolando una durata di  settant’anni, un’età che considerava sufficiente per una vita completa, e la mise in funzione lo stesso giorno della mia nascita. Era  trasparente e infrangibile e posta a pochi metri dalla mia casa.

Di solito gli oggetti che si vedono sempre perdono a mano a mano di interesse e a un certo momento è come se non esistessero più. Ma nella clessidra c’era qualcosa che si muoveva, che scivolava silenziosamente e che più non sarebbe risalito. Ce n’era tanta di sabbia, una quantità enorme, un grande serbatoio pieno, ma che   insensibilmente si scaricava senza pause.

Che cattivo gusto, dicevano in molti, mettere sotto gli occhi di un figlio un simile monumento! Costoro si comportavano come chi, avendo tanta vita a disposizione, pensa che sia da sciocchi pensare di risparmiarla.

“Ma che risparmiare?” dicevano. “Si pensi o non si pensi alla morte, si muore lo stesso.” Ma così sprecavano i loro giorni nella infelicità, come chi aspetta la vacanza per divertirsi e va al lavoro spingendo le ore nel tentativo di farle più corte, di “affrettare i tempi”, come suol dirsi.

Io presi l’abitudine di star seduto, nei pomeriggi d’estate, sull’altalena contemplando la sabbia che uguale uguale veniva giù. Gli alberi fiorivano, i frutti si maturavano: ad ogni nuovo anno sembravano quelli di prima, quasi che tutto fosse sempre fermo. Non cambiava neppure il profilo delle colline circostanti. Ma la sabbia nel vaso superiore diminuiva, anche se era più facile notare l’aumento del mucchio nel vaso inferiore. Dato che nessuno avrebbe potuto fermare lo scorrere e il consumarsi della mia vita, era inutile preoccuparsi di questo; bisognava invece concentrarsi sul modo migliore di vivere.

L’ideale della vita si identificò nella mia fantasia armonizzava con il tranquillo fluire della sabbia che era insensibile ai mutevoli umori dell’anima. Bisognava approfittare del tempo e dell’energia a mia disposizione cercando di modificare in meglio la vita, o almeno facendo in modo di salvare il più possibile la serenità.

Vivendo, si realizza,  pur nella piccolezza e brevità del singolo, una porzione della Vita universale, che consiste in realtà nella successione di piccole vite, attraverso cui, probabilmente, ogni individuo resta in parte vivo nei secoli, come fuoco che passi da fiaccola a fiaccola. Ma non mi bastava il generare, al modo dell’ape regina e del coniglio: volevo anche dare io stesso qualcosa alla  Vita  lasciando in eredità la mia esperienza.  

Non sono diventato un gaudente, né un nevrotico, ma un uomo. E se la mia opera sarà giudicata importante, i posteri non avranno da spremersi le meningi o il portafogli per farmi il monumento: possono usare la mia stessa clessidra e applicarvi la targa con la scritta “Vita di G… R...”

 

La clessidra è stata  per me come una batteria per la lampada  o il carburante per un motore, di cui si prevede la durata e si cerca di farne l’uso migliore; così io mi sarei trovato già al sicuro nel porto quando la sabbia  fosse stata  prossima ad esaurirsi nel vaso superiore, e non avrei lasciato pratiche inevase.

 

N. B. Dopo settant’anni, la clessidra si è esaurita, puntualmente, secondo il calcolo dei progettisti, ma nel mio corpo  la sabbia  seguita ancora a scorrere.