CHE COSA NON SI FA PER I FIGLI ?
Il signor Nepomuceno aveva un figlio solo, Lorenzo. Sua moglie era morta quando il figlio era ancora bambino e lui non si era risposato per non creargli traumi. Non che Lorenzo avesse un brutto carattere, piuttosto sarebbe stata la sua eventuale matrigna a rendere le cose difficili. E’ stranissimo: le classiche signore romane giungevano ad amare tanto gli schiavi da lasciarli eredi, e le matrigne moderne non sono in grado di affezionarsi a un bimbo che, dopo tutto, è figlio del loro marito. La stessa donna che le studia tutte per ottenere un bimbo da adottare, ricorrendo a mezzi anche illeciti, e poi, quando l’abbia adottato, lo copre di attenzioni… la stessa donna, dico, non è capace di affezionarsi al figlio della defunta prima moglie del marito! Perciò fece bene Nepomuceno a non riammogliarsi.
Lorenzo cresceva rapidamente, a scuola andava benissimo. Si laureò col massimo punteggio e gli si pronosticava un avvenire brillante. Ma tutto prese un aspetto diverso dopo la laurea: diventò subito difficile l’ammissione ai corsi di specializzazione e di ricerca. Difficile essere ben classificato ai concorsi. Notate che nel paese di Nepomuceno le cose non vanno come da noi, dove il merito e il successo stanno in rapporto di causa e effetto. Da noi i commissari non sono sensibili alle raccomandazioni, gli arbitri sono sempre imparziali, desiderosi di sfogare il desiderio di indipendenza, di rigore e di giustizia, tipico del nostro popolo. Non è così purtroppo nel paese di Nepomuceno. Gli anni passavano e Lorenzo incassava un insuccesso dopo l’altro. Eppure si sapeva che era il migliore di tutti; glielo dicevano persino quelli che lo bocciavano!
Un giorno un amico suggerì a Nepomuceno di non stare a lamentarsi, ma fare qualcosa per il figlio: doveva rivolgersi al mondo politico. E Nepomuceno seguì il consiglio: incominciò a cercare voti per il candidato che riteneva più capace degli altri, e la sua propaganda fu determinante. Ma una volta eletto, costui divenne inavvicinabile. Nepomuceno allora tentò con altri candidati in altre campagne politiche, ma ugualmente non ottenne niente per il figlio. Prima, i candidati erano confidenziali, si immedesimavano con i problemi della gente. Poi erano visibili solo in televisione.
Nepomuceno era molto scoraggiato, quando un secondo amico, incontrandolo dopo molto tempo, e sentendo le sue lamentele, gli disse con commiserazione: “Ma che vai cercando aiuto presso gli uomini? Devi rivolgerti alla religione. Non senti dei miracoli, delle grazie che i santi fanno di continuo? Si prega questo o quel santo ed ecco, la gente guarisce. Si prega per il posto del figlio, e il posto arriva. Vieni con me nel prossimo pellegrinaggio, e vedrai.”
E Nepomuceno fece quel pellegrinaggio e ne fece tanto e tanti altri ancora. Ma per suo figlio non ottenne niente. I figli degli altri pellegrini facevano carriera in ogni settore. Per Lorenzo, nonostante i continui aggiornamenti, la partecipazione a tutti i concorsi, la richiesta pressante di colloqui di lavoro, niente.
Un’amica, impietosita dalla situazione in cui Lorenzo si trovava, prese in disparte Nepomuceno e con fare misterioso gli disse: “Ma che cerchi aiuto nella politica? Che cerchi nei pellegrinaggi? Non lo sai il proverbio: santi aiutano nella discesa? Solo in discesa aiutano, mai in salita! Vieni con me, ti porto da un mago, uno di quelli veri, che non si spaventano di fare sortilegi di grande potenza. Come lo vedrai, capirai che lui risolverà i problemi di tuo figlio.
E Nepomuceno andò dal mago che aveva un nome impressionante: “Operatore delle tenebre”. Era proprio il mago dei film: occhi grandi, cerchiati di nero, capelli lunghi, guance scavate, corporatura grande. I suoi movimenti esprimevano un potere terribile, le sue mani pareva sprigionassero scariche elettriche. Il suo “studio” era piuttosto un antro pieno di amuleti, figure astrali, libri vecchissimi, luci rosse, verdi, blu. C’era un merlo indiano che di tanto in tanto pronunziava formule magiche con un accento ironico e lugubre. L’ Operatore delle tenebre fissò dapprima Nepomuceno con il suo sguardo penetrante che metteva i brividi, poi con gesti avvolgenti lo riempì di un fluido ardente. Pronunziò con accento sacerdotale parole incomprensibili che echeggiarono sinistramente per lo “studio” e le caverne vicine. Finalmente parlò in modo comprensibile e invitò Nepomuceno ad andare, tra sei giorni, ad un certo indirizzo, per assistere a una funzione magica di grande potenza.
E Nepomuceno vi andò, anche se con tremore, dato che quel mago gli aveva fatto una brutta impressione. Ma un padre deve affrontare tutto per i figli, fosse anche di perdere l’anima, come suol dirsi.
All’indirizzo dato, Nepomuceno trovò un edificio religioso, dove non si svolgevano funzioni religiose ufficiali da tanto tempo e che veniva adibito a mostre, a convegni, a concerti. Quel giorno però era parato in stile liturgico senza le tradizionali immagini sacre ma con quei simboli già osservati nello studio. L’insieme faceva un certo effetto, tra discoteca e nave spaziale. C’era molta gente, elegantissima. Uomini e donne, tutti con il viso mascherato. Incominciò la funzione, organizzata con ordine perfetto. Nepomuceno sentì leggere, invocare, cantare in una lingua stranissima di cui si rese conto ponendo particolare attenzione a certe “parole” che si ripetevano e che probabilmente erano importanti: eringis, abbas, anroc… Si trattava delle nostre parole pronunziate al contrario. Nepomuceno sapeva che questo era tipico delle messe nere, e rabbrividì, ma non si perse di coraggio pensando sempre a quel che desiderava ottenere, anche se era ormai diventato scettico sulle reali possibilità di ricevere aiuto per Lorenzo.
Nel momento culminante della cerimonia, quando gli animi erano molto eccitati religiosamente, l’altare maggiore (un capolavoro del Seicento) fu avvolto da un fumo verdastro dal quale uscì un simpatico giovane, senza maschera, ma con un bel paio di corna scintillanti in fronte. Scese i gradini con una solennità alquanto mitigata dall’andatura zoppicante e si fermò sull’orlo del presbiterio.
I presenti si inginocchiarono e lo salutarono con un entusiasmo estremo: “Salute o Principe, tenebra della luce!”, per sei volte. E il principe, evidentemente compiaciuto, rispose ai suoi fedeli con voce adolescenziale, con strane modulazioni, spiegando che, se gli avessero indirizzato le preghiere con spirito di sottomissione, pronti a compiere la sua volontà, lui avrebbe realizzato qualsiasi richiesta. Il celebrante quindi sgozzò un gallo e col sangue asperse i presenti suscitando in loro brividi di voluttà e conati affettivi che li spinsero ad abbracciarsi tra loro. Il simpatico giovane zoppo e cornuto si rivolse a Nepomuceno, (che fu riconosciuto nonostante avesse la maschera) e, augurandogli di restare per sempre nelle confraternita, gli assicurò, quasi gli leggesse dentro, che questa volta non gli sarebbe andata come nel passato, quando aveva sperato in politici imbroglioni e santi che non sentono. “La vera sostanza, la vera coerenza, la vera fratellanza” concluse “è qui, e lo vedrai.” La cerimonia ebbe termine col bacio sui glutei del giovane Principe. Anche Nepomuceno dovette assoggettarsi, e così scoprì che il Principe “Tenebra della luce” non possedeva il cosiddetto “sedere”, e perciò in quella zona somigliava a una capra; in quel momento comprese quanto siano importante per la dignità umana quei due fasci di muscoli tanto umiliati che permettono all’uomo di stare nella nobile posizione eretta. Il Principe ci stava lo stesso, ma lui, in fin dei conti, era uno spirito!
Dopo il bacio, i presenti, disposti in semicerchio, si tolsero, tutti insieme, la maschera. “Ma guarda!” esclamò dentro di sé Nepomuceno, “chi l’avrebbe immaginato?” Infatti tra i presenti riconobbe, tra i tanti, il direttore della banca locale, il sindaco, il vicesindaco, il presidente del tribunale, il direttore delle poste, il comandante delle guardie municipali, il capitano della stazione delle forze di polizia, l’editore della stampa del luogo, il direttore di una catena di supermercati, il rettore dell’università, tante professoresse del liceo, due arbitri di calcio e persino il parroco della sua parrocchia, che aveva celebrato la funzione satanica. C’erano anche, in mezzo a tanta gente istruita, il posteggiatore della piazza del mercato, il macellaio, il lattaio.
Il Principe delle tenebre scomparve dopo aver augurato il buon pranzo all’assemblea. Quando tutti ebbero preso posto nella sala ricavata dall’antica sacrestia, il mago Operatore delle tenebre, che aveva espletato la funzione di padrino di Nepomuceno, prese la parola e comunicò ai presenti le vicissitudini del suo figlioccio e di Lorenzo. Allora si levò un coro di simpatia, compatimento e sconcerto: com’è possibile che alla nostra epoca accadano fatti del genere? E’ orribile constatare che un giovane di valore sia sistematicamente escluso da quei posti dove sarebbe utilissimo alla società! Nepomuceno fu fatto segno a manifestazioni di sincera amicizia e i vari personaggi importanti presenti si dichiararono pronti a ricevere, a valutare e ad assumere Lorenzo per incarichi adeguati alle sue capacità. E mantennero la parola, tanto che il valido giovane si trovò a poter scegliere tra varie offerte, una migliore dell’altra. E fece una splendida carriera, addirittura trionfale. Le sue doti e la sua preparazione gli permisero di risolvere problemi secolari, acuiti da tensioni irrazionali tra popoli, razze, ideologie.
Non molti anni dopo Nepomuceno morì e il Principe delle tenebre si presentò a prendersene l’anima, com’era suo diritto, considerando che a suo tempo si era venduta a lui. Ma accanto a quell’anima trovò il Mago, che gli impedì di prendersela. Il Principe si meravigliò e con aria di padrone lo chiamò traditore e ribelle. Ma Il Mago con molta ironia gli fece notare che tradimento e ribellione si realizzano quando esiste un’alleanza e una sudditanza. Ma lui non gli era suddito né alleato. “Non eri dalla mia parte? E dalla parte di chi?”
A questo punto il l’Operatore delle tenebre si scosse leggermente, si liberò dei vestiti verdastri rossicci e nerastri, e apparve nella sua possente struttura di angelo. Le ali immense oscillavano lente dietro il suo corpo e i capelli d’oro lampeggiavano ondeggiando.
“Disgraziato!” esclamò il Principe, secondo il suo modo di dire quando si trovava in difficoltà. “E pensare che ti credevo il più vicino, leggevo in te gli stessi miei pensieri!”
“Per forza” rispose l’angelo, “ ho uno specchio che riflette i pensieri altrui, così chi vuole può conoscere meglio se stesso”.
“Ma non ha importanza: tu puoi essere un diavolo o un angelo, o chissà che… Nepomuceno ha ricevuto da me favori a non finire. E’ mio per legge. Mi ha persino baciato i glutei!”
“Legge o non legge, forse Nepomuceno ha fatto qualcosa di male? ti ha chiesto di agire contro il suo prossimo? Solo ha ottenuto che il migliore avesse il posto migliore… più corretto e limpido di così? Suo figlio ha reso il mondo meno cattivo; per questo il padre deve andare all’inferno? Ma è inutile discutere: se puoi, afferralo e portatelo via: io non mi oppongo.”
Il Principe delle tenebre attaccò a inveire contro la malafede, evocando il buon tempo antico, quando i contratti si rispettavano e non erano nati ancora gli angeli più cavillosi degli avvocati che fanno diventare bianco il nero, e soprattutto che mancano di parola… Intanto cercava di afferrare l’anima di Nepomuceno, ma ogni volta le sue braccia, i suoi tentacoli e la sua cosa stringevano a vuoto e gli artigli non sbranavano.
“E’ inutile”, disse a questo punto l’Angelo. “Quest’anima non offre appigli, non ha zone opache né grovigli per i tuoi ami: hai perduto la scommessa!”
E il Principe, vista l’inutilità dei suoi tentativi e della sua dialettica, al colmo del disappunto: “Ma allora” gridò con accento piagnucoloso, “perché ricorrere a sotterfugi, rappresentazioni, commedie, mascherate carnevalesche? Perché non l’hai protetto tu questo tale Nemupo… Nepumo… o come diavolo si dice!?… tu e i tuoi degni compari mostruosi con le alucce che spuntano da dietro le orecchie, più brutte delle corna..., perché non l’hai protetto tu stesso, se ti stava tanto a cuore?!”
“Perché a te viene molto più facile” rispose l’Angelo.