FORSE PERCHE’ SONO SICILIANO
Forse perché sono siciliano, il dio che si
incarna, patisce, muore e risorge non mi scandalizza né mi fa sorridere
ironicamente.
Vivo dinanzi a un mare che ondeggia lungo le rive di terre in cui, sino a
duemila anni fa molti dei nascevano, morivano e rinascevano: Osiride in Egitto,
chiuso in una cassa di cedro,Adone (dio del grano)in Fenicia, Attis, che le
donne piangevano sino alla notizia della sua risurrezione, in Asia minore,
Sabazio, chiamato il salvatore, in Tracia, Tammuz , in Mesopotamia, e in Grecia
Persefone, Dioniso, Arianna, di cui i Greci veneravano il sepolcro.
Quando ritorna aprile, qui incomincia a manifestarsi un fervore di vita che a
maggio sarà ancora più grandioso e profondo. Il sole, quando lo scorgo tra le
foglie del pesco, del limone o del loto, mi appare una massa di fuoco liquido,
puro di una purezza davvero immateriale, potente più di qualsiasi cosa
pensabile. Qui sento l’impressione che la vita non è nell’erba, non è nei fiori,
non nelle api che riempiono lo spazio di ronzii, ma è uno spirito che si
manifesta nelle piante e negli animali, ma non si limita ad essi, non è
circoscritto nei limiti della creatura.
E tutto questo fulgore è la festa di nozze perché la vita si possa perpetuare:
in questi mesi si costituisce il seme per cui avremo un altro aprile e un altro
maggio verdeggianti e fioriti; il seme che resterà vivo alla morte della madre,
ed esso stesso cadrà sulla terra per poter sviluppare il programma che porta in
sé.
Da questo avvolgimento di vita, da questa immersione nella vita si realizza
naturalmente la visione del dio che nasce, muore e risorge. Le dimostrazioni,
vuoi storiche, vuoi teologiche rinforzeranno la fede a chi la possiede, ma
convincono chi non ha fede.
Sin da ragazzo la mia anima, naturalmente religiosa, ha tentato di comunicare
agli altri i suoi problemi, ma gli atei mi ridevano in faccia, i credenti mi
sciorinavano la loro certezza. In seguito, anche per l’emergere di crisi e
laiche e religiose, le cose sono cambiate ed ho potuto trovare molte persone
pronte a colloquiare, spinte anche dal desiderio di chiarire a se stesse il
proprio pensiero sulle cose divine. Questo sito è il campo dove tante
esperienze, notizie, studi, emozioni si raccolgono per costruire il tempio della
speranza.
COSA RESTA SE ROMA PERISCE ?
Questo interrogativo si è presentato nella mia mente dopo l’anno duemila. Non si
tratta solo delle questioni politiche minacciose: l’interrogazione scaturisce
anche dalla costatazione, sempre più accentuata, della perdita, nella nostra
società, di quelle informazioni che, secondo me, permettono di sopravvivere,
cosa che è possibile solo se non vengono dimenticate le nostre caratteristiche
culturali. La cultura a cui mi riferisco è un concetto molto discusso, al punto
che, discutendo, va a finire nel nulla, ma che dovrebbe essere paragonabile al
corredo cromosomico dell’individuo: se mi cambiate i geni, non sarò un altro; se
dimentico la mia stroria, non sarò più io.
IL VECCHIO INSEGNANTE DI RELIGIONE
Per approfondire la questione e cercare qualche suggerimento e conforto, andai
dal mio vecchissimo insegnante di religione, il migliore tra tutti gli
insegnanti di tutte le materie che io abbia avuto. A mano a mano che passano gli
anni mi appare sempre più improbabile e meraviglioso il modo con cui lui
mantenesse la disciplina. Non ebbe mai bisogno di alzare la voce, né di
rimproverare gli alunni. Niente di quel fare cattedratico, scostante di chi si
sente importante ed esercita in conseguenza, e con facilità, un potere
schiacciante sul prossimo. Si metteva gli occhiali solo per leggere il titolo
del capitolo, poi incominciava la spiegazione e la storia sacra scorreva come un
film - quale ancora i registi italiani non sono riusciti a fare - e i simboli
venivano evidenziati e messi in relazione con tecnica geometrica. La sua
padronanza della materia lo aveva portato, spontaneamente, a fare a meno di
tutti gli schermi, i filtri, i bagagli della “Scolastica” e interpretava la
Bibbia direttamente. Il suo modo di pensare avrebbe potuto portarlo in attriti
con i superiori se la nostra epoca fosse sensibile a questi problemi: per nostra
disgrazia e sua fortuna, il mio professore fu considerato un semplice studioso
come tanti altri. Quando gli presentai la domanda su Roma, afferrò
immediatamente il mio desiderio. E’ questa una virtù rara negli insegnanti, che
difficilmente capiscono quello che non corrisponde al loro programma. Molti di
essi costituiscono l’esatto contrario (speculare) dei loro discepoli: questi non
vogliono conoscere quello che non sanno, mentre i professori vogliono conoscere
solo quello che sanno, quasi dinanzi a uno specchio.
Mi rispose:
- Bisogna chiarire prima che cosa intendiamo noi per Roma. Essa non è solo la
capitale di un antico impero, né la capitale d’Italia, né solo la sede del
papato. Rappresenta certo un punto di irradiazione. Atene l’ha preceduta ed è
stata la sua indiscutibile maestra. Ad Atene poteva succedere Costantinopoli, e
la sua posizione geografica era la migliore come centro mondiale. Ma
l’organizzazione dell’impero romano prevalse, e Roma resistè al tempo perché
mantenne l’energia latina, e in essa si riversò l’energia cristiana, che si fuse
profondamente con quella latina.
Poi da Roma la nostra concezione della vita e della cultura si irradiò verso il
nord e l’ovest, sino a raggiungere l’America. Vedi come il monumento più vistoso
di quel continente il Palazzo del Congresso, richiami il Pantheon romano e la
cupola di Michelangelo!
Ma qual è l’idea che vive in Roma? Facciamo un giro per la Città eterna: che
cosa salta agli occhi subito? La quantità delle chiese, bellissime e grandi, e
il colonnato di S. Pietro e la cupola che abbiamo citato. In una parola la
presenza più vistosa e lampante è quella di Gesù Cristo. Secondo me l’idea di
Roma si identifica con quella di Gesù. -
- Padre, gli chiesi a questo punto, non è che la sua definizione sia
pacificamente accettata da tutti.”
- Ti riferisci ai Laici?
- E agli atei.
- E a quelli che hanno definito la religione oppio dei popoli?
- Precisamente.
- Ma la tendenza, che definirei antiromana, non si ferma alla religione. E
questo è il pericolo forse più difficile da individuare. Tende a svalutare tutto
l’Occidente. Mi riferisco a una proposta di qualche anno fa: quella di
considerare Gengis kan la figura più rappresentativa, più grande, diciamolo
pure, del secondo millennio!
- Gengis kan? Ma se nei dizionari viene ricordato come il più grande distruttore
della storia?
- Una volta: oggi si tende a rivalutare la sua opera, in funzione delle sue
capacità organizzative.
- Forse si vuole evitare di far credere che gli occidentali siano campanilisti,
e scegliere un asiatico potrebbe dar prova di mentalità cosmopolita.
- Allora perché non scegliere Akbar il grande?
- Mi sembra il nome di un sultano.”
- Precisamente. Visse proprio a metà del nostro secondo millennio e tentò una
cosa ammirevole: unire la religione musulmana e quella indù.
- Due cose terribilmente contrastanti!
- E infatti il suo tentativo non ebbe seguito, ma il solo averlo pensato lo
rende un simbolo proiettato nell’avvenire.
- Quello che vogliamo tutti: la concordia religiosa che porta certamente effetti
pacifici.
- Ci sono dunque motivi per poterlo considerare un uomo rappresentativo del
secondo millennio.
- Ma Gengis kan è forse più vicino all’autentico nostro sentire!
- Non dirlo in piazza, dove tutti sono pacifisti e protettori dei deboli!... Ma
non è l’aspetto violento di Gengis kan che mi disturba (forse per il suo
ambiente potrebbe essere stato l’uomo adatto), ma il sospetto che dietro la sua
scelta quale uomo rappresentativo ci sia la svalutazione di quello che considero
il carattere della nostra civiltà che identifichiamo con Roma.
Il mio professore mi incaricò di fare delle domande, con noncuranza, a quelli
con cui mi fosse capitato di attaccare discordo su quale fosse, secondo loro, il
principio più importante della nostra civiltà. Raccolto un po’ di materiale,
tornai da lui.
IN PRINCIPIO ERA IL PENSIERO
- Mi sembra strano soltanto che non ti abbiano
risposto che la nostra civiltà sia fondata sulle parole. E noi, uomini di
chiesa, dovremmo meditare sulla nostra responsabilità.
- Perché fate prediche troppo lunghe che lasciano il tempo che trovano?
- No. Dovremmo andare un po’ più oltre. Tu sai che Gesù viene definito
comunemente Parola del Padre.
- Che è traduzione letterale di verbum, il termine con cui san Girolamo tradusse
il greco logos del Vangelo di Giovanni.
- E quindi con il termine che noi traduciamo con parola.
- Mi hanno insegnato che il “verbo”, la parte del discorso che realizza
l’azione, può essere considerato “la parola per eccellenza”. Forse questo per
influsso del Verbum di san Gerolamo?
- Non saprei. Piuttosto mi interessa il motivo per cui san Gerolamo tradusse
logos con verbum.
- Il logos dei greci significa tante cose: parola, discorso, racconto, anche
mito e pensiero.
- Io ritengo che Giovanni, usando logos non avesse dimenticato che Aristotele
aveva definito il motore immobile del cosmo con il termine logos, quindi
pensiero nel senso di causa razionale, intelligente delle cose. Mi pare
improbabile che l’evangelista, volendo definire Dio, usasse logos nel senso di
parola e non nel senso di pensiero.
- Ma san Gerolamo come avrebbe potuto tradurlo in latino?
- Non era cosa semplice: il latino usa cogitatio per indicare l’atto del
pensare.
- E dà l’impressione di un travaglio interiore, che non è certo lo stato del
pensiero divino.
- Benissimo! E se l’avesse tradotto con intellectus...
- Avrebbe dato l’impressione di una funzione che comprende, non qualcosa che sia
l’intelligenza in sé, come si vuole sia Dio.
- In latino non c’è, evidentemente, un termine che corrisponda al greco logos.
- E san Gerolamo risolse il problema utilizzando verbum, probabilmente
arricchendolo del valore che nella Bibbia ha la parola di Dio, come “parola
creatrice”.
- Purtroppo per noi il termine parola non ha quell’impatto, quella autorità che
aveva verbum, sia per il suono austero, sia per la facoltà creatrice che
rappresenta.
- Ora io trovo nella traduzione italiana dal latino verbum, a sua volta
traduzione del logos di Giovanni, l’origine di quella che chiamerei la nostra
incoscienza!
- Incoscienza di cosa?
- Della nostra civiltà!
Il mio professore prese una grammatica e la sfogliò con tenerezza.
- Ho scoperto, riprese, che il libro della grammatica, di qualsiasi lingua, è un
commento al Vangelo. Addirittura potrebbe passare quale “prova” della verità dei
Vangeli.
Rimasi soprpreso dalla sua affermazione: per lui anche il Vangelo aveva bisogno
di prove? E come poteva darle la grammatica, un trattato tecnico, dopo tutto?
- La traduzione di san Gerolamo mi permette di approfondire la natura di Gesù.
Ma tu ci pensi a quelle semplici catechiste delle parrocchie, che vengono
assunte dai parroci tra le fedeli più assidue, e a cui si impartiscono in pochi
incontri le direttive generali? Ci pensi a quello che dovranno rispondere al
catecumeno che, per caso o per malizia, gli chieda: che significa che Gesù è la
Parola del Padre? Per cavarsi d’impiccio, ma anche per istruire il discepolo, la
catechista dovrebbe dire: se tieni presente che il vocabolo italiano parola è
stato tradotto dal latino verbum, e se ora pensi che il verbo è la parte del
discorso per cui l’azione si realizza, e che è quindi da considerare la parola
per antonomasia, ecco che...
- Poveri noi! Considerato che i ragazzi non studiano la grammatica, ma parlano a
orecchio; considerato che le catechiste hanno dimenticato la grammatica... vedi
un po’ dove si va a finire!
- Ritengo, proseguì il mio professore, che se avessimo tradotto con Pensiero,
direttamente quindi dal logos greco, i problemi sarebbero molto minori e,
diciamolo pure, ci si capirebbe qualcosa.
- Chiarissimo! esclamai: se Cristo è il Pensiero, quello divino, per intenderci,
e l’Europa, e l’Occidente in genere, sono pieni di spirito cristiano, in
conseguenza possiamo affermare che la nostra religione è quella del Pensiero e
si fonda sul Pensiero! Credendo in Gesù, noi crediamo nel Pensiero, nel valore
infinito del Pensiero, che supera ogni altro valore. E così storicamente
parlando, abbiamo realizzato il Pensiero in ogni campo, fondando la nostra vita,
non importa se da laici, atei o cistiani, sul pensiero! Questo è il
caratteredella nostra civiltà!
- Dunque Roma significa il Pensiero.
- Se Roma perisce, perisce anche il pensiero!
Con questa conclusione salutai il mio professore.
Più tardi, meditando sulle nostre conclusioni, mi trovai a domandarmi: ma
soltanto noi, occidentali, pensiamo?
Incominciai a passare in rassegna le altre civiltà, incominciando da quella che
la tradizione considera la più vicina a quella cristiana. Nessuno negherebbe che
gli Ebrei pensassero. Ma si trattava del nostro tipo di pensiero? Nell’Antico
testamento non troviamo ragionamenti, ma narrazioni, inni, precetti.
Parallelamente, in campo non religioso, non pare che gli Ebrei si occupassero di
scienza o di logica e filosofia. Il primo a “ragionare”, in Israele, mi pare sia
stato Gesù: l’invito a riflettere sulle proprie azioni e non valutarle sulle
tabelle già predisposte dai Farisei, è senza dubbio un atto del pensiero. Il
pensiero sarebbe dunque lì dove c’è riflessione e quindi presa di coscienza?
Ritornai dal mio professore per verificare le mie conclusioni.
- La geografia, mi disse, ti dà ragione. Dove si irradiò il cristianesimo
neonato?
- Asia minore, risposi, Grecia e Roma!
- Le regioni della civiltà greca e di quella latina, erede culturale della
Grecia. Perché il Cristianesimo fu accolto qui e non in Israele?
- E’ strano, se consideriamo che Gesù è il compimento della storia israeliana
vista profeticamente.
- Tuttavia accadde in quel modo. E la spiegazione sta, a mio avviso, proprio nel
logos: dove c’era la civiltà del logos, lì fu compreso Gesù Cristo. Dove non
c’era, Cristo non fu compreso.
- Questo discorso corrisponde alla profezia di Gesù, che il vangelo sarebbe
stato accolto dai pagani e respinto dai Giudei. L’apostolo Giovanni non usa
mezzi termini: le tenebre non compresero!
- E se pensi che una riga prima Giovanni scrive: e la luce risplendette nelle
tenebre... vuol significare che logos e lux sono sinonimi.
- Distinguendo implicitamente questa lux dalla luce fisica.
- Parrebbe di sì, anche se non sappiamo che cosa ne pensasse delle luce fisica.
- Dunque potremmo concludere che dove c’è il logos, lì giunge il Cristo e solo
chi pensa può capire Cristo.
- Sembrano cose scontate, cose che tutti avrebbero già pensato... eppure non è
così.
- Sono cose nuovissime, Padre, gli dissi con entusiasmo, e sono felice che
vengano da Lei... Ma ancora vorrei qualcosa di più sulla grammatica.
- Nel mio modo di vedere l’uomo, il verbo acquista un significato che mi rende
pieno di soddisfazione... Senza annoiarti con tutti i passagi logici attraverso
cui sono pervenuto alle mie convinzioni, ti dirò che soltanto che solo chi è
cosciente è in grado di compiere una vera azione, cioè un moto significativo che
scaturisca da una volontà libera. Solo chi è libero può agire. Ma, nel
linguaggio, l’azione è rappresentata da quella parte del discorso che noi
chiamiamo verbo. Il verbo permette al soggetto di compiere l’azione. Se Gesù è
il verbo, allora è l’azione, termine che non dispiaceva certo a Volfango Goethe,
considerando anche che Lutero tradusse verbum con parola, sic et simpliticer!
IL CROCIFISSO
Cristo è il Pensiero. Pareva dimostrato nella forma più completa.
Cristo ci viene presentato, in ogni luogo, possiamo ben dire, sotto la forma del
crocifisso. Questa figura è onnipresente, insistente, vuole ricordarci il
sacrificio in ogni momento.
Mi balenò un’ intuizione: questa forma, oggi discussa disordinatamente, non
potrebbe essere, tutta intera, croce e uomo, il simbolo del pensiero?
Mi portai in giro questa domanda dentro di me mentre entravo e uscivo dai
negozi, mentre mi recavo all’ufficio delle imposte, mentre ‘incartavo’ le pesche
nel giardino per preservarle dagli insetti dannosi.
L’immagine del crocifisso è certo dolorosa. Ma forse perché siamo abituati a
vederla, non ci rattrista; piuttosto, se è ben fatta artisticamente, ci dà un
piacere estetico. Il crocifisso rappresenta dunque un’armonia? Ciò non toglie
che si tratti dell’immagine di un giovane che soffre o è morto da poco tra i
tormenti.
Come potrebbe rappresentare il pensiero?
Considerando il fluire delle immagine nella mia fantasia, mi venne quella del
povero studente al quale si chiede di stare attento. Alla spiegazione di una
terzina di Dante, nel risolvere un problema di geometria, nel leggere un testo
di chimica impegnativo. Oh quanto è difficile stare attenti!
Guardiamolo, il povero studente, come stringe le labbra, come corruga la fronte,
e stringe persino i pugni, si tiene la testa tra le mani, prende nota con la
penna su un foglio dei vari momenti attraverso cui il processo logico si
sviluppa; e ritorna sui suoi passi mentali e rifà più volte lo stesso percorso,
e cerca di visualizzare ciò che legge, sia pure una formula chimica, quasi fosse
una figura artistica...
Poveretto, quanto soffre!
E la causa delle sua sofferenze logiche e quella maledetta abitudine della
fantasia di saltare di palo in fransca e seguire i sogni ad occhi aperti e
attaccarsi a questo e a quello, saltando di palo in frasca, sempre in vacanza!
E invece, sia perché lo vogliono i genitori, e lo vuole il maestro, e lo vuole
la società, ma soprattutto perché lo vuole l’UOMO che è dentro di noi, bisogna
imparare a tenere ben fermo, inchiodato il pensiero, e per farlo non c’è niente
di meglio che gli schemi, e quelli cartesiani in particolare che, guarda un po’,
si appoggiano su un croce! Ma anche trascurando le assi cartesiane, come non
vedere nello studiare, nel pensare seriamente, un sacrificio? Non giocare, non
andare in giro, non passare da una festa all’altra, non scorazzare, non prendere
la droga.... ma concentrarsi su un punto e lì restare sin quando la formula, la
strofa, la figura geometrica diventano cose vive, amabili, di cui l’UOMO non può
fare a meno, e - a dispetto delle chicchiere sull’argomento - tutta la storia
umana lo dimostra: il pane degli angeli è più gustoso d’ogni altro cibo, di
fronte al quale tutti gli altri risultano senza sale.