IL DUE MAGGIO
La prima volta che vidi Piazza San Pietro
- venivo da Siena, dalla Cattedrale aerea, ridente di marmi bianchi e rosei -
mi dissi: questo è il centro del mondo!
Dall’Obelisco il mio sguardo spaziava intorno
scorrendo sulle colonne come sulle corde di un’arpa.
Le fontane traboccavano di vita
inondandomi della Grazia che senza fine scaturisce dall’Eterno.
Ora la Piazza accoglie una immensa folla colorata;
Piazza di gioia, di libertà, di amore,
che abbraccia e nutre una moltitudine
attratta da Padre Pio da Pietrelcina come ferro dal magnete;
moltitudine non massificata dall’ideologia,
non distratta dalle Diecimila Cose, ma concentrata in un solo pensiero:
nel Padre di cui oggi si proclama la beatificazione.
“Io lo conobbi e ne ringrazio Iddio!”
L’eco perfetta della piazza ne rimanda le sillabe solenni.
Il Pontefice sparge l’olio riparatore sulle ferite inferte all’innocente;
non lascia nascoste le colpe del passato,
ma le riesuma e soffre per gli errori altrui.
Egli è il Papa del Conosci te stesso, l’imperativo delfico
che Gesù Cristo svolse nelle sue parabole.
Risplende la piazza delle bellezze dell’arte:
qui si profuse il genio di Michelangelo e Bernini.
“Roma - esclamò il Byron - “città dell’anima!”
dove per la prima volta io sentii il desiderio possente di amare ed essere
amato.
E veramente Roma è la Città eterna, centro spirituale che mantiene unita,
attraverso il tempestoso fluire dei secoli, la coscienza umana,
specie quando la barbarie e l’insipienza stiano per distruggere per sempre la
civiltà
e la Provvidenza stessa pare abbandoni l’Uomo al disordine.
Ma ora qui, nel Papa che celebra l’antichissimo Rito,
tutta la storia gloriosa è presente,
memorizzata nel canto responsoriale che unisce l’Uno al Tutto.
Molto mi compiaccio che il nostro Pontefice sia proprio Lui,
Karol Wojtyla, il polacco!
La TV inserisce filmati di altri anni,
quando Giovanni Paolo Secondo, dal nobile incedere, pieno di Grazia,
sostò a lungo in ginocchio presso il sepolcro di Padre Pio.
Karol Wojtyla, sacerdote temprato nel fuoco della sua “Polonia martire”,
come appassionatamente la chiamò lo storico Jules Michelet!
Egli, da solo, senza armi, affrontò nel campo nemico
il Terribile Impero della Falsa Dialettica Materialista e lo vinse.
Inutilmente congiurò contro di lui la Tenebra ben organizzata:
lo ferì, ma non lo spense.
Ed ora, qui, nella più grandiosa maestà architettonica,
sotto il diadema di statue erette da Carlo Maderno,
in questa Piazza si consumma il mistero del dolore, della persecuzione e del
trionfo!
È come la vittoria degli Ateniesi a Maratona, come il finale del Cantico dei
cantici,
l’alzabandiera delle schiere angeliche, l’inno irrefrenabile della Nona
sinfonia.
A Lui, futuro pontefice, quanto generosa si manifestò la misericordia divina!
a Lui che intuì senza fallire la sincerità del Padre da Pietrelcina
e la Grazia abbondante che gli si manifestava nel corpo e nell’anima!
“Io lo conobbi!” Il Papa lo scandisce come titolo d’onore,
concesso dall’Altissimo al suo rappresentante sulla Terra,
perché sa ascoltare quella Voce che un giorno diffuse nel vuoto la luce
velocissima.
Bella è la Religione, quando poggia sulla Bellezza della Luce e ne ama la
Dolcezza;
bella quando si piange insieme nel dolore e nella gioia,
nella richiesta e nel ringraziamento!
Miriadi, inginocchiatevi! Universo, senti il tuo Creatore?
Fratelli, sopra il cielo stellato abita un Padre buono.
Da vecchio lettore di Dante, mi piace vedere la Piazza
come un giardino di rose e viole, gigli e gelsomini:
tra i viali cosparsi di petali bianchi e rossi
aleggia il Mistero della pace.
E tutto il santo splendore,
immagine di uno Spirito affettuoso che opera con delicatezza,
tutta la gloria immensa di oggi, la folla, la gioia, i colori, i sacerdoti...
ruotano intorno a Lina, oggetto felice del miracolo,
a Lei che sentì una presenza misteriosa operarla con dolcezza..
ora più felice per questo giorno pieno d’amore di cui è stata la scintilla.